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15 giugno 2006
IL PREFETTO PROFILI: DOV'E' LA DRAMMATICITA'?

"Il problema c'è e cercheremo di risolverlo. Ma la drammaticità dove sta? In altre città italiane la criminalità è ancora più scatenata: penso al fenomeno delle rapine in villa."

(Il Prefetto di Napoli Renato Profili riguardo ai terribili episodi di baby-delinquenza verificatisi sabato scorso, dal Corriere del Mezzogiorno di Martedì 13 giugno)



La prima riflessione che salta alla mente leggendo queste scellerate parole del Prefetto Profili è che costui si è perfettamente adeguato a quella che è stata la politica del Sindaco Iervolino e della sua Giunta in materia di delinquenza: ridimensionare sino all'estremo (tranne che in campagna elettorale, allorquando una sana e buona chiamata anticamorra fa sempre brodo, vedi qui), sino quasi a negare, la portata di qualsiasi fenomeno delinquenziale e\o malavitoso che conquista la ribalta della cronaca.
Sabato pomeriggio, nel giro di mezz'ora, un docente universitario e un giovane muratore sono stati feriti con temperini e forbici a scopo di rapina. Quasi certamente i tre ragazzini avevano colpito poco prima anche un turista olandese. La peculiarietà di questi tre episodi sta nel fatto che i giovani autori più che derubare le vittime si sono divertiti ad infierire con violenza su di esse quasi trascendendo la finalità furtiva.
E dove è la drammaticità, si chiede il buon Profili, del resto al Nord rapinano le ville, e che cavolo!!
Dove è la drammaticità, caro Profili, te lo spieghiamo noi: il furtarello, la delinquenza urbana spiccia, ma anche, fino a un certo punto, la delinquenza giovanile, in un certo qual modo sono ipotesi che rientrano nel flusso delinquenziale fisiologico di qualsiasi grande metropoli moderna, dal Regno Unito alla Colombia, con diverse connotazioni e dimensioni.
Tipizzazioni che ovviamente vanno combattute e affrontate, ma che sono in una certa misura normali nella vita di una città moderna, quasi connaturate alla idea stessa di metropoli.
Ma quando tre ragazzini che secondo le testimonianze delle vittime hanno al massimo 15-16 anni, invece di passare il sabato pomeriggio in giro con gli amici come i loro coetanei si divertono torturando con temperini e punteruole i primi poveri Cristi che passano, assumendo quasi a pretesto quello di rubargli una manciata di banconote, ebbene, caro Profili, siamo ben al di fuori dell'ambito della normale delinquenza, qui non c'entra più niente il fenomeno delinquenziale (che pure a Napoli ha raggiunto una dimensione urbana preoccupantissima e patologica), e tantomeno quello malavitoso (qui i clan non c'entrano nulla). 
Quelli di sabato pomeriggio sono terribili segni di un vero e proprio collasso, di una vera e propria tragedia, di una vera e propria degenerazione sociale e civile che ha infettato, radicandosi come un cancro, svariate zone della nostra città.
E tale degenerazione sociale e civile è tanto più grave quanto più vede come protagonisti i giovanissimi, che dovrebbero invece incarnare le speranze di riscatto della nostra città, ma è tanto più drammatica quanto più incontra inermi e indifferenti i rappresentanti delle Istituzioni, che invece di prendere atto del fenomeno, studiarlo e sradicarlo, lo negano, lo occultano, per il miserabile scopo di tutelare l'immagine superficiale, ab esterno, della città e, per riflesso, la propria posizione.

Marco




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POLITICA
8 giugno 2006
JULIJ MARTOV: IL SOCIALISMO E' LIBERTA'

Lettera a Nadezhda Kristi, 17 dicembre 1917.



"In una lettera precedente ti ho spiegato perchè sono rimasto all'opposizione del nuovo regime "socialista", come anche tu, naturalmente, avevi previsto.
Da allora la situazione si è fatta più chiara.
Non si tratta soltanto della profonda convinzione che cercare di impiantare il socialismo in un paese economicamente e culturalmente arretrato è un'assurda utopia, ma della mia organica incapacità di accettare una concezione dispotica del socialismo e una concezione anarcoide della lotta di classe, le quali sono generate, naturalmente, dal fatto stesso che si cerchi di impiantare un ideale europeo in un terreno asiatico!
Ne verrà fuori un intruglio ributtante.
Per me il socialismo è sempre stato non la negazione della libertà individuale, ma al contrario, la sua suprema incarnazione e il principio del collettivismo era diametralmente opposto all'egualitarismo livellatore."




Julij Martov (1873-1923)
Leader menscevico e social-democratico russo.
Ruppe con Lenin al congresso socialista del 1903.




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POLITICA
26 maggio 2006
IERVOLINO: CAMPAGNA NON TRASPARENTE, CORROTTA E FASCISTA

“Stiamo assistendo a delle cose incredibili. E’ una campagna elettorale non solo non trasparente ma anche corrotta e fascista in cui si cerca di intimidire i nostri candidati. Occorre alzare la testa e rispondere con la nostra cultura democratica”.

Puntuali, come cinque anni fa, stanno arrivando anche 'sta volta le chiamate anti-camorra del centro sinistra partenopeo.
Ci limitiamo a segnalare alcune evidenze:

1) E' ormai una decina di giorni che è iniziata questa canea da parte di Rosetta & company. La Sindaca e la sua Corte dei Miracoli, però, al di la' di accuse gravi e generiche alla parte avversa e panegirici infarciti di grezza retorica in ordine alla cultura della legalità e della democrazia che ovviamente possiede solo l'Unione, non sono mai riusciti a produrre un'accusa circostanziata, a citare un episodio, a denunciare un nome

2) L'80% dei candidati dichiarati ineleggibili dalla Polizia in forza di precedenti gravi condanne penali era candidato per il centrosinistra.

3) L'unico episodio di violenza politica accaduto durante questa campagna e riportato dai giornali è stata l'aggressione ad una militante di AN da parte di giovani gentiluomini di Rifondazione nei pressi di Piazza Carità.

4) Storicamente la camorra non ha preferenze partitiche. Si limita ad infiltrarsi nella parte vincitrice o che, comunque, verosimilmente andrà al potere.

5) E' ridicola la chiamata anti-camorra da parte di un Sindaco e di una Giunta che hanno sempre ridimensionato, anche innanzi a tragiche evidenze, la portata del fenomeno camorristico e che, in più occassioni, si sono sostanzialmente lavati le mani, in modo piuttosto infastidito, del problema affermando che è di esclusiva competenza del Governo centrale.

Insomma, l'unico fascismo, culturale e politico, in giro in questi giorni a Napoli è quello di chi lancia alla parte avversa infamanti accuse, non argomentate sulla base di alcun dato concreto, agitando un inquietante spettro sulla testa dei cittadini, spettro che però, in quindici anni di ininterroto governo della città, è stato sempre ignorato e, peggio ancora, non si è fatto nulla per tenerlo lontano dalla macchina dell'amministrazione comunale (molte asl sono state commissariate per camorra, chi gestiva quelle asl? Malvano?).
Il problema non è per chi vota la camorra, la camorra sta sempre dalla parte di chi vince, ma quali politiche concretamente sono state poste in essere per evitare infiltrazioni nell'amministrazione comunale e per bonificare, socialmente, il terreno fertile (i quartieri degradati) in cui le organizzazioni criminali si radicano.
Ebbene, sotto questo punto di vista il centrosinistra napoletano farebbe meglio a tacere.


Marco  




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25 maggio 2006
RUTELLI: "NAPOLI AMBASCIATRICE DELL'ITALIA NEL MONDO"

Da Inchiostronline:

"Napoli è una priorità del nuovo governo. È un impegno che prendo a nome di tutta l'Unione". Così il vicepremier Francesco Rutelli ha salutato oggi i giornalisti nella Sala capitolare del complesso di San Lorenzo Maggiore. È arrivato nel cuore del centro storico per sostenere Rosa Russo Iervolino e i candidati della Margherita alle prossime elezioni comunali. "Puntiamo a una vittoria al primo turno - dice Rutelli - e con il secondo mandato il sindaco completerà il difficile lavoro cominciato nel 2001".
Il vice di Romano Prodi crede che dalla città possa partire anche una "ricostruzione" dell'immagine dell'Italia all'estero. "Dobbiamo riprenderci l'orgoglio di parlare al mondo - dice - e Napoli deve essere una delle nostre ambasciatrici". Rutelli ha promesso infine di venire frequentemente in città, "non come Silvio Berlusconi che non ha ancora nemmeno scelto se candidarsi a Napoli o a Milano". All'ex presidente del Consiglio si rivolge anche la Iervolino, quando afferma che "Berlusconi dice di amare i napoletani ma in cinque anni di governo non ha fatto niente di buono per la città".




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18 aprile 2006
IERVOLINO: "HO PUNTATO SULLA SOSTANZA"



di Claudio Scamardella da il Mattino del 16 aprile 2006


CLAUDIO SCAMARDELLA Lei ci crede. E ci crede davvero. Da un faccia a faccia di due ore con Rosa Russo Iervolino si esce con una precisa convinzione: il suo slogan elettorale corrisponde a ciò che pensa. Ci crede. Crede che, se rieletta, raccoglierà nel secondo mandato tutto ciò che ha seminato nel primo; che il cambiamento c’è già, ma che per ora non si vede perché è di sostanza e non di immagine. Crede di conoscere molto meglio la città e gli uomini di cui fidarsi, a cominciare dalla formazione della nuova giunta che dovrà essere all’altezza delle nuove sfide. Crede di poter vedere il raddoppio del Centro direzionale e l’approdo di porto Fiorito, l’Università a Scampia e la più grande cittadella mondiale dei giovani a palazzo Fuga; è convinta di aver fatto la scelta più difficile e scomoda («un posto di primo piano in Parlamento nessuno poteva negarmelo»), ma anche la più esaltante. E ne è convinta al punto tale da affidarsi pure alle cure dei maghi dell’immagine.
Sindaco, il suo nuovo look nei manifesti elettorali sta incuriosendo i napoletani: appare molto ringiovanita, piglio e slogan aggressivi. La Iervolino si sta convertendo al berlusconismo?
«Non è affatto un nuovo look. Le rivelo un piccolo segreto, ho la prova fotografica: quella giacca risale al 1987 quando sono andata al governo con Goria».
Quindi la foto è di allora?
«No, no. La foto è di oggi e non è taroccata. E poi quale piglio... Non lanciamo malignità, io qui ho la fotografia in originale, può verificare da vicino che non è stata ritoccata. Vede? Rivela tutto, anche le borse sotto gli occhi e le rughe. La verità è che voi non mi avete mai visto truccata, non mi avete mai vista da non vedova. Sa, io non ho mica fatto la vedova-sindaco per tutta la vita, per fortuna». Però, una sortita alla Berlusconi potrebbe anche farla. Per esempio, promettere ai napoletani di diminuire l’Ici e la Tarsu. Anche perché a Napoli si pagano le tasse più alte d’Italia a fronte di servizi tutt’altro che efficienti. Non le pare?
«Prima cosa: una proposta del genere non la lancerei mai in campagna elettorale. Non è il mio stile, non è mia abitudine seguire Berlusconi».
Lasciamo stare Berlusconi. Il problema però esiste. In fondo, il Comune è uscito dal dissesto e avrà, se lei sarà rieletta, un «governo amico». Lei potrebbe dire: cari napoletani, per cinque anni abbiamo tirato la cinghia, il governo ci ha tagliato tutto e abbiamo resistito. Ora vi faccio un regalo: giù Ici e Tarsu...
«È vero, abbiamo un bilancio più leggero, siamo usciti dal dissesto, abbiamo rifatto i mutui con interessi più favorevoli, abbiamo dimostrato di avere una capacità di credito sul mercato quando siamo andati a Londra a piazzare i Boc. E, dunque, uno spiraglio si apre. Ma non basta, abbiamo ancora tanto da fare. Io li voglio vedere i soldi del ”governo amico”. È del tutto evidente, comunque, che se si dovessero presentare le condizioni favorevoli, se ci saranno soldi sufficienti per rispondere alle esigenze della città, come costruire una palestra o un campo di calcio per i ragazzi di Ponticelli o Barra, sarei felicissima di ridurre le tasse come Ici e Tarsu. Non lo escludo, ma non faccio promesse da campagna elettorale, quelle le lascio fare alla destra».
Lei ha detto: abbiamo fatto tanto, soprattutto in periferia e per le scuole. Ma ha ammesso di aver fatto poco su strade e rifiuti. Perché se ne rende conto solo ora? Non poteva pensarci prima e correggere il tiro?
«Io ho detto che ci sono problemi che siamo riusciti a risolvere e altri che non abbiamo ancora risolto. Parliamo delle buche. Abbiamo fatto una cosa unica in Italia, della quale vado molto fiera e che rifarei: i controlli per la legalità delle ditte. Attraverso la Prefettura, tutte le imprese che vincono i nostri appalti sono supercontrollate per evitare infiltrazioni camorristiche. Purtroppo, questo ha comportato tempi lunghi».
Perché anche le cose più «normali» a Napoli diventano speciali? Perché tutto ciò non avviene in altre città? Perché solo qui si può morire finendo in una buca stradale pur pagando le tasse più alte d’Italia?
«Capisco la rabbia dei cittadini, degli automobilisti e dei motociclisti, ma mi lasci finire. Quando le ditte sono napoletane si procede in fretta, quando vengono da altre città ci vuole più tempo; quando le ditte hanno un solo titolare si fa più in fretta di quando si tratta di una cooperativa. Da una cosa positiva è venuto un notevole ritardo, ma rifarei tutto. Per circa sessanta strade ci sono già i lavori finanziati e pronti a partire, per le quali gli accertamenti sono ancora in corso».
E sui rifiuti? Sulla città sporca che si presenta ai turisti, sui cassonetti stracolmi e puzzolenti anche quando non c’è la crisi delle discariche o dei Cdr, quale giustificazione c’è? Anche qui problemi burocratici?
«Continuerò a dirlo e l’ho ribadito qualche giorno fa all’amministratore delegato dell’Asìa: ”pensi a far spazzare”. Hanno comprato grazie agli stanziamenti del bilancio delle spazzatrici, hanno comprato anche quelli che un tempo chiamavamo i tram-spruzza. E gli ultimi miei strilli sono stati proprio questi: li voglio per la strada. A questo si aggiunge la periodica paralisi della raccolta per la crisi generale. Anche quella è colpa mia?»
No, sua no. Però di qualche suo alleato che ha fatto ritardare la costruzione degli inceneritori e della cattiva gestione del commissariato negli anni passati, forse sì... «Guardi, io sono molto amica dei Verdi, apprezzo molto il loro impegno per la natura, ma certe opere sono fondamentali, non si può dire solo e sempre no».
Nella sua squadra fin dai primi mesi c’era più di qualche assessore che non funzionava. Perché non l’ha cambiato in tempo? Perché ha difeso fino all’ultimo anche chi aveva dimostrato di non essere all’altezza?
«Perché cambiando un assessore non cambio la mentalità dei napoletani. Secondo lei, se io avessi dato il benservito all’assessore all’igiene urbana, i napoletani - a cominciare da Rosetta Iervolino - non avrebbero buttato più la carta di caramella per terra? Io ho cercato di risolvere i problemi, non di individuare capri espiatori sui quali scaricare quello che non andava». Ammetterà, tuttavia, che la manutenzione ordinaria della città qualche anno fa era più efficiente di oggi. Non dipendeva anche dagli assessori?
«Io vorrei far notare a chi marca la differenza tra un prima e un dopo che la mia squadra è sostanzialmente quella di Bassolino e Marone con l’aggiunta di tre persone: Porta, Cardillo e Oddati. Non mi pare che queste persone siano tra le peggiori. La stabilità di governo in qualche modo ha anche pagato. Tanti risultati, se non avessi avuto sempre gli stessi assessori anni non sarei riuscita a raggiungerli».
Insomma, secondo lei la città va bene e chi si lamentano o sbaglia o è male informato?
«Non ho detto questo. Ho governato la città in un periodo di non sviluppo economico, se lo invoca Berlusconi per il Paese credo che lo possa invocare anch’io per Napoli. Eppure, abbiamo fatto tutto, proprio tutto quello che potevamo fare, come dimostrano le 180 pagine del bilancio di mandato. Abbiamo posto regole severe nell’urbanistica con un piano regolatore che combatte speculazioni e imbrogli edilizi. Abbiamo tirato fuori il Comune dal dissesto e avviato alcune riforme strutturali, a cominciare dalle Municipalità e dal decentramento, che non si facevano da decenni. Se i napoletani individuano qualcuno capace di fare meglio di me, lo votino».
In questi cinque anni la progettualità della sua giunta è stata praticamente incentrata sulle idee-forza del primo Bassolino. Come è possibile restare fermi a un impianto progettuale che risale a ben tredici anni fa?
«Davvero singolari voi giornalisti. Se c’è discontinuità create subito la polemica, se c’è continuità fate lo stesso. Io dico che su Prg, Bagnoli e Napoli Est abbiamo compiuto significativi passi avanti. E trovo francamente strumentali le polemiche sulla rigidità del piano regolatore o del piano esecutivo di Bagnoli».
Significa che il Prg può essere cambiato?
«Significa che un piano regolatore o un piano esecutivo sono strumenti, non una camicia di forza. Se domani venisse da me Bill Gates per aprire una fabbrica, dove mi garantisce 500 o anche 200 posti di lavoro, e sono necessarie delle deroghe al Prg, allora farei salti mortali per un accordo di programma che modifichi un particolare del piano regolatore. Il giorno in cui, invece, arriva un imprenditore che vuole speculare in un’area non avrà un bel niente. Questo atteggiamento non mi procura tante amicizie o simpatie nel mondo che conta: non è un caso che sono più popolare a Ponticelli che a Posillipo».
Una delle accuse rivolte a lei e alla sua giunta è l’incapacità di far sognare i napoletani, di coinvolgerli in un progetto comune e condiviso, di creare una comunità, lo spirito di appartenza. Condivide?
«Può darsi, ma le ricordo che è più facile togliere le auto da piazza Plebiscito che recuperare palazzo Fuga».
Vuole dire che lei ha puntato sulla sostanza e non sull’immagine, a differenza di Bassolino?
«Per favore, niente polemiche. Io provo una grande ammirazione per Bassolino. Ha sempre rispettato la libertà di tutti e, soprattutto, la mia libertà. Dico che ora il cambiamento c’è, ma non si vede. Basterebbe elencare le opere alle quali abbiamo dato il via per sognare. Faccio solo quattro esempi: raddoppio del Centro direzionale, porto Fiorito, Università a Scampia, la città dei giovani palazzo Fuga. Quando siamo arrivati avevamo l’esigenza di vendere l’Albergo dei Poveri perché non avevamo soldi. Adesso ne facciamo la prima città dei giovani esistente al mondo. È qualcosa che dà il senso del cambiamento di Napoli che c’è».
Insomma, lei dice: se i napoletani vogliono sognare possono già sognare. Ma lei che cosa sogna?
«Io sogno il nuovo palazzo Fuga, perché ci passavo davanti con la mia famiglia quando ero bambina e mi dicevano: è il più bello del mondo. E vedo mia madre che da lassù mi dice: sei stata brava a non averlo venduto e a recuperarlo così. Poi sogno il sottopasso di via Acton: vedrete, riusciremo a realizzarlo».
Qual è il suo punto debole?
«Il mio caratteraccio. Me la prendo subito con chi mi critica. Diciamo che sono un po’ permalosa».
Infatti, sembra un po’ allergica alle critiche ed anche ai rilievi degli alleati, tanto da liquidarli come «fuoco amico». Un errore, non crede?
«Sì, lo ammetto. Questo è stato un mio errore. Avrei dovuto ascoltare di più le critiche e non leggere sempre la malafede. Anche nei confronti degli intellettuali ho usato qualche espressione forte. Ma io preferisco gli uomini di pensiero pronti anche a sporcarsi le mani per cambiare l’esistente, non quelli che si rinchiudono nella torre d’avorio e bravi solo a demolire»
E Rossi-Doria? Non è il frutto di altri errori e di un malessere diffuso nell’elettorato di sinistra? Ora, forse, è troppo tardi per riportarlo nell’Unione. Dove avete sbagliato?
«Io ho molta simpatia e stima per Rossi-Doria perché ama i discorsi chiari. Non credo che la sua candidatura sia frutto della mia scelta di ricandidarmi».
In altre parole, non crede di essere lei l’obiettivo della contestazione di Rossi-Doria?
«Non credo. Se Rossi-Doria e il suo movimento vogliono combattere un sistema di potere sanno benissimo che intorno a me non c’è alcun sistema di potere, questo me lo riconoscono tutti e questa è la mia forza».
Ma allora dove ha sbagliato il centrosinistra su Rossi-Doria?
«Nell’essere troppo autoreferenziale. Io sono molto preoccupata quando la politica si chiude in se stessa. Probabilmente questo è stato l’errore».
Affiderebbe a Rossi-Doria un assessorato o, addirittura, il posto di vicesindaco?
«Di fronte a quelli che mi vogliono forzare la mano sull’indicazione della squadra, io non rispondo. Rossi-Doria, comunque, avrebbe tutti gli elementi per essere parte della squadra di governo della città. Come assessore».
In Regione si continua a litigare. Lei è una democristiana di lungo corso. Quale consiglio dà al suo amico Bassolino, sempre più stretto nella morsa di De Mita e Mastella?
«Io veramente il consiglio lo darei a tutti, tenendo conto che a De Mita voglio molto bene. Quando abbiamo fatto la festa in piazza Matteotti, il nostro popolo ci ha chiesto di non litigare e ha invocato: unità, unità, unità. Questo è il mio consiglio».
Il centrodestra gioca la carta della sicurezza con Malvano. Lei ha detto: non è riuscito da questore a garantirla, figuriamoci da sindaco con pochi vigili... Eppure tornerà Berlusconi, i vertici locali vorrebbero addirittura che guidasse la lista al Comune. Paura?
«Malvano è per me una grande delusione, prima di tutto sul piano personale: a tratti ridicolo, a tratti offensivo. Quanto a Berlusconi, non ho alcun timore. È già venuto due volte qui a lanciare sfide. La prima per sponsorizzare Martusciello e ha perso; la seconda dieci giorni fa e ha perso anche sonoramente a Napoli città. Perché dovrei temerlo? Rispetto tutti gli avversari, ma paura no, non c’è alcun motivo».
Dica la verità: se avesse potuto o dovuto scegliere il suo successore a Palazzo San Giacomo, chi avrebbe scelto: Villari, Biondi o Pasquino?
«Niente nomi. Avrei puntato su chi ha le mani pulitissime come le mie. Grazie a Dio, però, sono repubblicana e non monarchica: non credo nella trasmissione del potere».


Il lungo week-end pasquale ci ha riservato l’intervista de Il Mattino alla Iervolino che noi vi abbiamo riproposto e che utilizzeremo come canovaccio per un’ulteriore analisi di questa campagna elettorale, un po’ schizofrenica e un po’ paradossale, avviata ormai un anno fa con i balletti di Rosetta, del principe di Afragola e dell’Imperatore di Nusco su candidature, immediate smentite e ricandidature. Concentriamoci sullo stato attuale del centrosinistra a Napoli (Comune). La tornata elettorale del 9 e 10 aprile lo fotografa,nonostante tutto, più forte che mai: l’Unione ha raccolto infatti 328726 preferenze alla Camera dei deputati, contro le 244474 del 2001. Di fronte però a questa granitica forza, l’Unione partenopea ha iniziato a manifestare, negli ultimi tempi, numerose crepe. Il consenso sta scemando, segnale che ha prontamente raccolto Marco Rossi Doria.
Ma torniamo all’intervista del Sindaco, provando a ragionare sui suoi contenuti. Soprassedendo su scontate ironie riguardo al look della nuova foto, concentriamoci sulle questioni politiche messe sul tappeto dall’intervista.

1) Riguardo ai tagli alle tasse, il Sindaco sostiene che sarebbe propagandistico prometterli, ma, almeno, potrebbe spiegarci quali sarebbero le condizioni (a parte la palestra ed il campo di calcio sic!) per la diminuzione delle tasse comunali (le più alte in Italia)? O anche questo è berlusconiano e per tanto non fattibile e non dicibile?

2) Veniamo alla seconda nota dolente, quella relativa alla manutenzione delle strade: qualcuno potrebbe avvertire la Iervolino che ci sono alcune strade che vengono rintoppate anche 3, 4 volte l’anno (vedi Via Cilea) e ad oggi somigliano più a quelle di una città medievale che a quelle di una metropoli moderna, essendo piene di buche e mancando totalmente di una segnaletica orizzontale? Ad esempio, il Sindaco potrebbe spiegarci perchè una strada come Via Salvator Rosa, arteria principale di collegamento tra la zona collinare ed il centro della città, tenuta chiusa per 3 mesi (dal 6 agosto fino ai primi giorni di novembre 2005) è stata riconsegnata ai cittadini con un tratto la cui metà è ricoperta d’asfalto e l’altra conserva ancora i malefici cubetti di porfido? Anche questi sono problemi di lungaggini burocratiche?

3) Quanto agli strilli relativi alla questione rifiuti, confessiamo la nostra perfida associazione mentale con le urla manzoniane...

4) Veniamo alla questione degli assessori. A quanto pare, gli assessori, non potendo cambiare la mentalità dei napoletani, non hanno alcun influenza. Ma, se un sindaco non si occupa dei propri assessori e dei loro errori, di cosa si deve occupare?

5) Riguardo all’Università a Scampia, caro Sindaco, non abbiamo nulla in contrario; però attenzione a non farla divenire una vuota bandiera un po’ ruffiana per un segmento dell’elettorato di centrosinistra; non basta la costruzione di un polo universitario per riqualificare un’area urbana, specialmente se così delicata come Scampia. Andrebbe creato un indotto, una struttura tale da reggere uno stravolgimento urbano e sociale; si ha l’intenzione, la forza, le risorse, le competenze per fare questo passo? Abbiamo motivi di dubitarne, visto che lo stesso tipo di cambiamento non si è dato in una zona molto meno delicata come Monte S.Angelo, che da 15 anni a questa parte non mi sembra abbia messo in moto un’economia indotta, giacendo lì avulsa dal territorio... A proposito di Scampia, suona strano che il Sindaco abbia dimenticato di menzionare la Piazza Telematica di Scampia, tanto pubblicizzata e sbandierata sino ad un anno fa; la nostra personalissima impressione è che già si è smesso di credere in quel progetto e che anche quello sia destinato ad entrare nel librone delle cattedrali nel deserto...

6) Riflessione a parte merita la questione Tunnel Acton....non siamo nè architetti, nè ingegneri nè urbanisti ma confessiamo che siamo sobbalzati sulla sedia quando abbiamo letto che tra i SOGNI in cui dovevamo credere noi napoletani c’era il tunnel Acton. Per un attimo ho pensato si trattasse di un refuso di stampa e che al posto di sogno ci dovesse essere scritto INCUBO. Tale è per noi quel progetto su cui si sono espressi in maniera negativa svariati studiosi della materia e che, non dimentichiamolo, graverebbe in maniera spropositata sui conti pubblici e quindi, a proposito di tasse, sulle tasche dei contribuenti, senza peraltro risolvere, secondo noi, il problema del traffico in quell’arteria. Insomma, di questioni messe sul tappeto ce ne sono tante, voi, cari lettori di napoliviva, cosa ne pensate?

Lorenzo




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17 aprile 2006
FINANCIAL TIMES: ENTRO IL 2015 ITALIA FUORI DALL'EURO
Dal Corriere.it

LONDRA - Un default sul debito e l'uscita dall'euro entro 10 anni. Sono molto nere le previsioni del Financial Times sull'Italia dopo la vittoria, di strettissima misura, di Romano Prodi nelle ultime elezioni politiche. La tesi è contenuta nell'ascoltatissimo commento settimanale dell'editorialista Wolfgang Munchau, condirettore del quotidiano londinese. «La risicata vittoria della coalizione di centrosinistra guidata da Romano Prodi - si legge nell'editoriale - costituisce il peggior esito immaginabile in termini di possibilità dell'Italia di rimanere nell'eurozona oltre il 2015». «Prevedo che gli investitori internazionali inizino ad assumere scommesse speculative sulla partecipazione italiana all'euro entro la durata di un governo Prodi. Queste - puntualizza Munchau - non sono scommesse sull'impegno politico di Prodi nei confronti dell'euro. Sarebbe infatti difficile trovare un politico più a favore dell'Europa dell'ex presidente della Commissione europea. Queste sono scommesse sulle circostanze economiche che potrebbero obbligare un governo a prendere decisioni che sono inimmaginabili fino al momento in cui diventano inevitabili».

L'ECONOMIA ITALIANA - «Tutti sappiamo - sottolinea Munchau - che l'economia italiana si trova in profonde difficoltà. Ma è importante ricordare che i problemi italiani sono differenti da quelli della Francia e della Germania. Molte economie continentali sono afflitte da bassa crescita e alta disoccupazione. Anche l'Italia soffre di un basso livello di crescita anche se la sua creazione di posti di lavoro è stata rilevante. Ma il problema dell’Italia è quello di non essere pronta a una vita nell'Unione monetaria».

LE RIFORME DI PRODI - Il Financial Times segnala la forte discrasia tra problemi e soluzioni proposte. Da un lato infatti «sin dalla nascita dell'euro nel 1999, l'Italia ha registrato un massiccio apprezzamento del suo tasso reale di cambio. I suoi costi unitari del lavoro sono cresciuti del 20% rispetto alla Germania. Ma mentre le retribuzioni tedesche reagiscono alla domanda aggregata, i salari italiani continuano a crescere a un ritmo del 3% annuo. L'Italia registra anche un problema di competitività di prezzo in molti settori economici. Un programma sensibile di riforme economiche dovrebbe concentrarsi sulla contrattazione salariale e sulla regolamentazione dei mercati dei beni e servizi». Dall'altro lato «Prodi offre il tipo sbagliato di riforme. Che consiste nello stesso tipo di riforme che sono fallite in altri Paesi europei. E dal momento che la sua frammentata coalizione di moderati, socialisti e comunisti, avrà una sottolissima maggioranza in Senato, potrebbe anche non essere in grado di portare a compimento il suo insufficiente programma. Se l'Italia continuerà a perdere competitività macroeconomica, un movimento politico populista potrebbe ben emergere con un programma per l'abbandono dell'euro. Proviamo a immaginare l'inimmaginabile e ipotizziamo che un futuro governo italiano riporti la lira. Cosa succederebbe al debito del Paese, prevalentemente denominato in euro, che attualmente raggiunge il 106,5% del Pil? L'Italia sarebbe quasi certamente incapace di rimborsare pienamente le sue obbligazioni nei confronti degli investitori. E dovrebbe o riconvertire tali debiti in lire a un tasso di cambio sfavorevole agli investitori, o addirittura dichiarare apertamente l'insolvenza». Il condirettore del Financial Times snocciola qualche altra cifra rilevante. «Dal punto di vista di un investitore l'abbandono dell'eurozona è equivalente a un'insolvenza sovrana. E data questa prospettiva, perché i mercati finanziari non stanno ancora scommettendo su un tale evento? La scorsa settimana i rendimenti sui titoli pubblici decennali italiani registravano solamente un differenziale di 0,3 punti al di sopra degli equivalenti titoli tedeschi. E tale valutazione suggerisce che i mercati non vedono attualmente un alto rischio di default. Ma certamente, anche se qualcuno reputa improbabile l'abbandono italiano dell'eurozona, il rischio non è nemmeno pari a zero».
L'OTTIMISMO DEL MERCATO - Secondo Munchau «tre fattori potrebbero spiegare l'ottimismo del mercato». Primo: «l'opinione che l'Italia potrebbe essere effettivamente intrappolata dentro l'Eurozona; lasciarla non risolverebbe alcun problema economico». Secondo: la Banca centrale europea in ultima istanza interverrebbe per evitare l'insolvenza di uno stato membro. Ma tale argomento - si legge ancora sul Financial Times - sembra sottovalutare la decisione della Bce a rispettare la propria regola di "non salvataggio" in tali circostanze». Il terzo fattore è quello che «anche se si accettasse lo scenario peggiore, è ancora molto improbabile che l'insolvenza si materializzi entro la vita residua di un’obbligazione decennale. E tale argomento - sottolinea Munchau - offre la spiegazione più plausibile per cui i mercati non hanno ancora fatto pagare un premio di rischio più elevato sui titoli di stato italiani. E spiega anche perché i mercati obbligazionari sono notoriamente cattivi indicatori anticipati del rischio d’insolvenza. I mercati obbligazionari sono compiacenti fino a quando iniziano ad andare nel panico».

IL GOVERNO DELL'UNIONE - Il Financial Times chiede retoricamente: «dopo i risultati delle elezioni italiane gli investitori rimarranno altrettanto ottimisti sui seguenti dieci anni durante la vita di un governo Prodi? Esiste una ragionevole possibilità che nei prossimi cinque anni il premio di rischio (italiano, ndr) salirà nei prossimi cinque anni. E prevedo - aggiunge Munchau - anche un aumento per gli swap sull'insolvenza creditizia italiana, strumenti finanziari attraverso i quali gli investitori possono assicurarsi contro il rischio. La scorsa settimana gli investitori avrebbero pagato un premio annuale di 21.750 euro per assicurarsi contro l’insolvenza su di un investimento di 10 milioni di euro in un titolo di stato italiano a 10 anni. E si tratta di un livello molto basso, date le incertezze economiche e politiche. Tali swap, non sono sofisticati strumenti speculativi. Un acquirente di swap sull’insolvenza creditizia italiana viene rimborsato solo se l’Italia cade in uno stato d’insolvenza. Ma gli investitori sofisticati sanno come costruire strategie di trading profittevoli da una situazione così sbilanciata. I mercati finanziari non possono provocare l'uscita di un Paese dall'Unione monetaria attraverso la speculazione valutaria, come fecero nel 1992 facendo uscire la Gran Bretagna dal meccanismo di cambio europeo. Ma per gli investitori esistono altri modi per sfruttare le difficoltà di un Paese dentro un'Unione monetaria».

PARALLELI ROMA-LONDRA - «Ecco perché - conclude Munchau - esistono dei paralleli tra l'Italia di oggi e la Gran Bretagna del 1992. Allora l’impegno della Gran Bretagna per il meccanismo di cambio appariva incrollabile come l'impegno di Prodi per l'euro ora. Ma la Gran Bretagna non era pronta né economicamente né politicamente a vivere in un regime di cambi semifissi. E la partecipazione dell'Italia all'euro è basata su fondamenti parimenti traballanti. Quattordici anni fa per gli investitori ci vollero pochi giorni per smascherare una bugia politica».


Questo editoriale del periodico britannico null'altro fa se non sottolineare una situazione arci-nota, che noi andiamo ripetendo da tempo: l'Italia per interrompere il declino ed iniziare a crescere ha bisogno di una serie di interventi strutturali che modernizzino, sostengano, ma soprattutto liberalizzino l'economia italiota.
Ma una tale rete di interventi strutturali non poteva certo essere tessuta dal centro-destra, che vive di slogan ed è privo di riferimenti dogmatici (in politica come in economia: prima maggioritari, poi proporzionalisti, prima liberisti, poi colbertiani, a seconda di dove tirano i sondaggi che registrano il mutevole umore della canaglia -nel senso di popolino-) e di una visione strategica ed in chiave futura dell'azione politica.
Ma, allo stesso modo, non potrà certo essere tessuta dall'Unione prodiana che, per la serie vorrei ma non posso, non PUO' avere dei chiari riferimenti dogmatici ed una visione strategica dell'azione politica essendo composta da una dozzina di partiti tra loro, spesso, antitetici.
Ed inoltre, avendo dalla propria parte tanto la CGIL quanto la Confindustria, non rappresenta certo l'Italia che vuole modernizzarsi e liberalizzarsi, ma rappresenta, in pieno, l'Italia, anzi le Italie, della rendita.
Insomma per avere una modernizzazione della economia e della società è necessaria innanzitutto una modernizzazione della classe politica. Che però non si potrà mai produrre senza una legge elettorale che favorisca il bipartitismo.
Ora, piccolo quiz, secondo voi con le due coalizioni composte da una trentina di partiti, e con Rif. Comunista al 7%, il prossimo Parlamento produrrà mai una siffatta legge?

Detto questo, è anche doveroso sottolineare che il Financial Times, ha inquadrato correttamente le linee generali della situazione italiana, ma ha calcato eccessivamente la mano disegnando scenari che rasentano la Science-Fiction.
La realtà è che il periodico in questione riflette pienamente l'antieuropeismo proprio degli ambienti dell'establishment britannico, e dunque, probabilmente, ha vouto ricostruire un quadro che, secondo loro, dimostri la velleitarietà degli ideali e delle idee economiche europeiste.
E questo, da parte nostra, che siamo dei talebani dell'europeismo, non possiamo che biasimarlo, aspettando con ansia il tempo (qualche decennio, io immagino) in cui saranno i politicanti di Albione ad andare a Bruxelles con la lingua da fuori.

Marco  




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politica interna
15 aprile 2006
MARINAIO, STIA AL SUO POSTO!!

Dal Corriere della Sera di ieri, 14 aprile, intervista di Marco Cianca a Massimo D'Alema

D: porte aperte anche alla Rosa nel Pugno (a proposito della costruzione del Partito Democratico, ndr)?

R: aperte a tutta l'area socialista, che fu parte fondativa di questo progetto. Mi pare che la Rosa nel Pugno fosse solo un cartello elettorale.


Ora, ferme restando tutte le contraddizioni e le critiche esperibili nei confronti della Rosa (si veda il post del 13 aprile), come può, il marinaretto, liquidare con una delle sue solite stizzite e arroganti battutine una delle poche vere novità della scena politica italiana, la formazione politica più moderna e più in linea con le categorie dogmatiche del nuovo socialismo europeo, e in particolare con la terza via blairiana?

Ma soprattutto, e questo è uno dei misteri della politica italiana che io non riuscirò mai a capire, come può essere ancora sulla cresta dell'onda (politica) pontificando con saccente superiorità su questo e su quello (oltre che tessere, al buio ovviamente, i retroscena di inciuci e inciucini prossimi, perseguendo, in prima persona, alcune tra le più alte cariche istituzionali) un uomo che, oltre a non aver terminato gli studi e ad aver speso tutta la propria esistenza servendo e scalando le grigie burocrazie del PCI, non solo non ha alcuna visione strategica, futura, moderna, teorica-generale, categoristica di quello che dovrà essere il Partito Democratico, ma è stato anche Presidente di uno dei Governi più fallimentari della storia d'Italia (e ricordiamoci che quando governava lui il paese cresceva al ritmo del 3% annuo, non ha dovuto affrontare una stagnante crisi economica internazionale come l'ultimo Governo), trascinando, alle successive elezioni, il suo partito ad il risultato peggiore che abbia mai avuto nella Storia (vado a memoria, intorno al 14%).
Jospin, in Francia, governò in maniera molto più efficace e meritoria del marinaretto, ma nonostante ciò quando il suo partito perse le presidenziali, e non certo per colpa sua, ebbe la dignità di ritirarsi dalla scena politica.
Il marinaretto no. Anzi, non si sa bene in base a cosa, perpetua un contegno da padre della patria...e si permette di sentenziare, stizzito, su tutto e il contrario di tutto...

Poi ci si chiede perchè l'Italia è un Paese sui generis... 

Marco




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